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Capitolo XXII. Dei giuramenti e voti leciti

Capitolo XXII. Dei giuramenti e voti leciti

Capitolo XXII. Dei giuramenti e voti leciti | Revisioni della CFW - Standards di Westminster

III. Chiunque presta un giuramento deve considerare debitamente la gravità di un atto così solenne, e non affermare se non ciò di cui è pienamente persuaso essere verità; né alcuno può vincolarsi con giuramento a cosa alcuna, se non ciò che è buono e giusto, e che egli crede essere tale, e che è capace ed è risoluto a compiere. Ed è peccato rifiutare un giuramento lecito, riguardo a cosa buona e giusta, quando sia imposto da un'autorità legittima.

Che cosa cambiò e quando. La frase in grassetto non fu toccata nel 1788. Sopravvisse più di un secolo e fu soppressa nel 1903, nella revisione della Chiesa Presbiteriana del nord degli Stati Uniti. La Chiesa Presbiteriana Ortodossa (1936), che respinse quasi tutto il resto di quella revisione, conservò tuttavia questa soppressione.

Perché. Del proposito generale della revisione del 1903 tratta un altro articolo di questa sezione; ma non conosciamo un'esposizione ufficiale dei motivi di questo cambiamento specifico. Si può indicare il contesto: l'enfasi moderna sulla libertà di coscienza individuale, e l'antica diffidenza presbiteriana verso i giuramenti imposti dal potere civile, che gli scozzesi avevano patito nel XVIII secolo. Ma questo è contesto, non causa documentata.

Su che cosa si fondava il testo del 1647. L'Assemblea cita Numeri 5:19-21 e Neemia 5:12: due casi in cui chi ha autorità fa prestare giuramento ad altri.

Che cosa mostra questo cambiamento. Conviene misurarne bene la portata, perché è minore di quanto sembri. Il paragrafo precedente dello stesso capitolo, che la revisione non toccò, continua a dire che «un giuramento lecito, imposto da un'autorità legittima», in materie di peso, «deve essere prestato». Il dovere, dunque, rimane; ciò che fu tolto è l'affermazione espressa che rifiutarsi di adempierlo è peccato. La frase, del resto, non obbligava a giurare qualsiasi cosa dinanzi a chiunque: esigeva che la materia fosse «cosa buona e giusta» e l'autorità «legittima». Rispondeva a coloro che ritengono illecito ogni giuramento: così la spiegano i commentatori classici della Confessione, che nominano i quaccheri «e alcuni altri».
Ma il particolare è rivelatore. Ciò che scompare è, precisamente, il punto in cui la coscienza individuale doveva cedere: dinanzi a un'autorità legittima che chiede qualcosa di buono e giusto, rifiutarsi cessa di chiamarsi peccato. La Confessione del 1647 conosce molto bene la libertà di coscienza; le dedica il capitolo XX: «Dio solo è Signore della coscienza». Ma la intende come libertà dalle «dottrine e dai comandamenti degli uomini» contrari alla Parola o ad essa aggiunti, non come diritto di ciascuno a essere giudice ultimo dei propri doveri. Questa seconda idea è quella moderna, ed è quella che qui lascia la sua impronta.