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Capitolo XXV. Della chiesa

Capitolo XXV. Della chiesa

Capitolo XXV. Della chiesa | Revisioni della CFW - Standards di Westminster

VI. Non vi è altro capo della chiesa se non il Signore Gesù Cristo; né il Papa di Roma può, in alcun senso, esserne il capo; ma egli è quell'anticristo, quell'uomo di peccato e figlio di perdizione, che si esalta nella chiesa contro Cristo, e contro tutto ciò che è chiamato Dio.

Revisione del 1903:
VI. Il Signore Gesù Cristo è l'unico capo della Chiesa, e la pretesa di qualsiasi uomo di essere vicario di Cristo e capo della Chiesa è contraria alla Scrittura, priva di fondamento nei fatti, ed è un'usurpazione che disonora il Signore Gesù Cristo.

Che cosa cambiò e quando. Nel 1903 la Chiesa Presbiteriana del nord degli Stati Uniti sostituì il paragrafo con quello citato qui sopra, che continua a respingere il Papato ma non lo identifica più con l'Anticristo. La chiesa del sud adottò una redazione simile, che chiama ancora «anticristiana» quella pretesa. La Chiesa Presbiteriana Ortodossa (1936) e la Chiesa Presbiteriana in America non adottarono né l'una né l'altra: conservarono il paragrafo del 1647 e si limitarono a sopprimerne le parole in grassetto.

Perché. Come nel caso del giuramento, non conosciamo un'esposizione ufficiale dei motivi di questo cambiamento specifico. A nostro giudizio pesarono tre cose:
1) Il clima di avvicinamento tra le confessioni, che sarebbe sfociato nell'ecumenismo del XX secolo.
2) L'idea, molto popolare a partire dalla prima metà del XIX secolo, che l'Anticristo sia soltanto una figura futura, un governante mondiale che dovrà apparire poco prima della Seconda Venuta di Cristo.
3) Il declino del potere temporale del Papato, che nel 1870 perse i suoi Stati.

Su che cosa si fondava il testo del 1647. L'Assemblea cita Matteo 23:8-10, 2 Tessalonicesi 2:3,4,8,9 e Apocalisse 13:6.

Che cosa mostra questo cambiamento. Il testo del 1903 continua a respingere la pretesa papale, ma ormai in termini che non offendono nessuno. È il tono di un'epoca che comincia a ritenere mancanza di carità ciò che i suoi padri ritenevano fedeltà: chiamare le cose con il nome che la Scrittura dà loro.
L'obiezione seria non è quella dell'ecumenismo, ma questa: che identificare un ufficio storico concreto con l'uomo di peccato è una conclusione esegetica, non un articolo di fede, e che l'apostolo Giovanni parla di «molti anticristi» (1 Giovanni 2:18). Alla prima cosa si può rispondere che la Confessione non parla della persona di ciascun papa, ma dell'ufficio, e per una ragione precisa: la pretesa di essere capo della Chiesa al posto di Cristo, che è appunto ciò che 2 Tessalonicesi descrive. Lo stesso testo del 1903 chiama quella pretesa «usurpazione». Alla seconda, che l'esistenza di molti anticristi non esclude quella di uno principale, e lo stesso versetto lo presuppone. Quanto al fatto storico, questa fu la lettura dei riformatori, quasi senza eccezione, e la raccolgono le confessioni del XVII secolo: quella di Westminster, la Dichiarazione di Savoia dei congregazionalisti e la Confessione Battista del 1689; prima di esse, il Patto Nazionale di Scozia parlava già di «quell'Anticristo romano». Non manca di colpire il fatto che la maggioranza degli evangelici moderni l'abbia abbandonata senza averla esaminata.
L'abbandono non è soltanto americano. La Chiesa di Scozia, che non ha mai cambiato una parola della Confessione, nel 1986 si dissociò da questo passo e da altri tre che riguardano Roma. Di quell'altro metodo tratta l'ultimo articolo di questa sezione.