Scrittura, decreto e salvezza: i ritocchi
Scrittura, decreto e salvezza: i ritocchi
Scrittura, decreto e salvezza: i ritocchi | Savoia e Londra a confronto con Westminster - Standards di Westminster
Che cosa cambia. Nei primi diciannove capitoli nessuna delle due confessioni sopprime né contraddice nulla di Westminster, con un'eccezione che si vedrà. Ciò che fanno è ritoccare, e quasi sempre per aggiungere. I ritocchi più significativi sono questi.
La Scrittura (capitolo I). Londra premette al capitolo una frase che non si trova né in Westminster né in Savoia: «La Sacra Scrittura è l'unica regola sufficiente, certa e infallibile di ogni conoscenza, fede e ubbidienza salvifiche». Savoia, dal canto suo, ritocca l'ultimo paragrafo. Westminster diceva che il giudice supremo di ogni controversia è «lo Spirito Santo che parla nella Scrittura»; Savoia dice che è «la Sacra Scrittura data dallo Spirito», e aggiunge che in essa «si risolve in ultimo la nostra fede». Londra lo copia.
La giustificazione (capitolo XI). Savoia precisa ciò che Westminster aveva lasciato in termini generali. Dove questa parla di imputare «l'ubbidienza e la soddisfazione di Cristo», Savoia dice: «l'ubbidienza attiva di Cristo a tutta la legge, e la sua ubbidienza passiva nella sua morte, come loro intera e unica giustizia». Londra lo conserva. È la dottrina di Westminster, detta con maggiore dettaglio.
Il ravvedimento (capitolo XV). Savoia lo scrive di nuovo, e Londra lo copia. Non cambia la dottrina, ma l'impostazione: comincia dagli eletti che si convertono in età adulta e dalla provvisione che il patto di grazia fa per il credente che cade, dove Westminster cominciava col definire il ravvedimento.
La fede e la certezza (capitoli XIV e XVIII). Savoia aggiunge che la fede salvifica, anche nel suo grado più piccolo, è di altra natura rispetto alla fede dei credenti temporanei; e fonda la certezza, prima che su ogni altra cosa, «sul sangue e sulla giustizia di Cristo rivelati nel vangelo». Londra segue la prima cosa e riavvicina la seconda al testo di Westminster.
Westminster, capitolo III:
III. Per il decreto di Dio, e per la manifestazione della sua gloria, alcuni uomini e angeli sono predestinati e preordinati alla vita eterna,
e altri preordinati alla morte eterna.
VII. Il resto dell'umanità, a Dio è piaciuto, secondo il consiglio imperscrutabile della propria volontà,
per la quale egli estende o nega misericordia come gli piace, per la gloria del suo sovrano potere sulle sue creature,
trascurarli e ordinarli al disonore e all'ira per il loro peccato, a lode della sua gloriosa giustizia.
Londra, capitolo III:
III. Per il decreto di Dio, e per la manifestazione della sua gloria, alcuni uomini e angeli sono predestinati o preordinati alla vita eterna per mezzo di Gesù Cristo,
a lode della sua gloriosa grazia; gli altri sono lasciati ad agire nel loro peccato per la loro giusta condanna, a lode della sua gloriosa giustizia.
(Il paragrafo VII non esiste.)
Il decreto (capitolo III): l'eccezione. Savoia conserva il capitolo tale e quale. Londra lo tocca nel punto più delicato. Non dice più che gli altri sono «preordinati alla morte eterna», ma che sono «lasciati» nel loro peccato; e sopprime per intero il paragrafo VII, quello che afferma che a Dio è piaciuto trascurare il resto dell'umanità. Toglie anche dal paragrafo V le parole che escludono la fede o le opere previste come causa dell'elezione, benché conservi che non vi è nella creatura condizione né causa alcuna che muova Dio.
Che cosa mostra. Savoia non allenta in nulla la dottrina della grazia; al contrario, la affila: ubbidienza attiva imputata, fede salvifica diversa in specie, certezza fondata sul sangue di Cristo. Chi cerchi nel 1658 un calvinismo annacquato non lo troverà. Londra eredita tutto questo. Ma nel decreto compie un passo che Savoia non compì: confessa l'elezione a chiare lettere e lascia la riprovazione nella sua forma più mite, quella di un semplice lasciare. Non nega ciò che Westminster afferma; cessa di dirlo. L'Assemblea aveva citato per quel paragrafo Romani 9:17,18, Romani 9:21,22 e Matteo 11:25,26, e lo aveva redatto con cura: la causa della condanna è il peccato, ma il trascurare è volontà di Dio. È difficile non vedere nella soppressione lo stesso scrupolo che, due secoli dopo, avrebbe condotto i presbiteriani americani alla loro Dichiarazione del 1903.