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Il magistrato, il giuramento e il matrimonio

Il magistrato, il giuramento e il matrimonio

Il magistrato, il giuramento e il matrimonio | Savoia e Londra a confronto con Westminster - Standards di Westminster

Westminster, capitolo XXIII:
III. Il magistrato civile non può arrogarsi l'amministrazione della Parola e dei sacramenti, né il potere delle chiavi del regno dei cieli; ha tuttavia l'autorità, ed è suo dovere, provvedere affinché nella chiesa siano conservate l'unità e la pace, che la verità di Dio sia mantenuta pura e integra, che tutte le bestemmie ed eresie siano soppresse, tutte le corruzioni e gli abusi nel culto e nella disciplina siano impediti o riformati, e tutte le ordinanze di Dio siano debitamente stabilite, amministrate e osservate. Per il migliore conseguimento di questi fini, egli ha il potere di convocare sinodi, di essere presente ad essi, e di provvedere che quanto vi si tratti sia secondo la mente di Dio.

Savoia, capitolo XXIV:
III. Sebbene il magistrato sia tenuto a incoraggiare, promuovere e proteggere coloro che professano il vangelo e la professione stessa del vangelo, e a condurre e ordinare l'amministrazione civile nella debita subordinazione all'interesse di Cristo nel mondo, e a provvedere, a tal fine, che uomini di mente e di condotta corrotte non pubblichino né divulghino licenziosamente bestemmie ed errori che per loro propria natura sovvertono la fede e distruggono inevitabilmente le anime di coloro che li ricevono; tuttavia, in quelle divergenze circa le dottrine del vangelo o i modi del culto di Dio che possono darsi tra uomini che esercitano una buona coscienza, la manifestano nella loro condotta e tengono fermo il fondamento, senza turbare altri nei loro modi o nel loro culto che differiscono dai propri, non vi è alcuna autorizzazione per il magistrato, sotto il vangelo, a restringere la loro libertà.

Londra, capitolo XXIV:
(Il paragrafo non esiste. Il capitolo passa dal II a quello che segue.)
III. Essendo i magistrati civili stabiliti da Dio per i fini suddetti, dobbiamo rendere loro sottomissione nel Signore in tutte le cose lecite da essi comandate, non solo a motivo dell'ira ma anche a motivo della coscienza; e dobbiamo fare suppliche e preghiere per i re e per tutti coloro che sono in autorità, affinché sotto di loro possiamo condurre una vita quieta e tranquilla, in ogni pietà e onestà.

Il magistrato. Sono tre posizioni, e conviene distinguerle, perché si suole confonderle. Westminster dà al magistrato il dovere di conservare la verità e di sopprimere l'eresia. Savoia non glielo toglie: continua a obbligarlo a proteggere il vangelo e a impedire che si divulghino bestemmie ed errori che sovvertono la fede. Ciò che fa è porre un limite: tra coloro che «tengono fermo il fondamento», il magistrato non può restringere la libertà per divergenze di dottrina o di culto. È la tolleranza di coloro che sono d'accordo nell'essenziale, non la neutralità dello Stato. Londra, invece, non dice nulla: sopprime il paragrafo, e del dovere del magistrato verso la chiesa non resta una parola. Conserva, questo sì, i primi due paragrafi: che Dio ha ordinato i magistrati, e che è lecito al cristiano esercitare quell'ufficio e muovere guerra in occasioni giuste.

La libertà di coscienza. Nel capitolo precedente, le due confessioni sopprimono per intero il paragrafo IV di Westminster, quello che termina dicendo che contro coloro che pubblicano errori distruttivi della pace della chiesa si può procedere «mediante le censure della chiesa e mediante il potere del magistrato civile». Savoia lo omette seguendo il Parlamento, e ne dà la ragione nella sua prefazione: era una di quelle «affermazioni dubbie, e tanto inadatte a una confessione di fede», che le Camere avevano ritenuto bene di mettere da parte. I presbiteriani americani avrebbero tolto nel 1788 soltanto le ultime parole del paragrafo.

Il giuramento. Savoia conserva il capitolo. Londra lo abbrevia, e tra ciò che toglie vi è la frase che la Chiesa Presbiteriana del nord degli Stati Uniti avrebbe soppresso nel 1903: «è peccato rifiutare un giuramento lecito, riguardo a cosa buona e giusta, quando sia imposto da un'autorità legittima». Come allora, il dovere rimane nel paragrafo precedente, che Londra mantiene: il giuramento lecito, imposto da un'autorità legittima in materie di peso, «deve essere prestato». Toglie anche che il giuramento vincola «benché a proprio danno» e sebbene sia stato fatto «a eretici o infedeli».

Il matrimonio. Savoia sopprime l'ultima frase del paragrafo IV, sul matrimonio con i parenti del coniuge, e i paragrafi V e VI, sull'adulterio e il divorzio. Londra fa lo stesso. Anche qui Savoia segue il Parlamento, che aveva omesso «gran parte» del capitolo; e la prima di quelle soppressioni è quella che avrebbero fatto i presbiteriani americani nel 1887.

Che cosa mostra. Che nulla di ciò che fecero i revisori americani era nuovo. La clausola sul magistrato, quella sul giuramento e quella sul matrimonio erano già cadute, una per una, in Inghilterra, nel secolo stesso dell'Assemblea: prima nel Parlamento che l'aveva convocata, e poi per mano di uomini della sua stessa teologia.
Ma il cammino ha dei gradi, e i testi permettono di misurarli. Savoia vuole ancora un magistrato che tuteli il vangelo e reprima la bestemmia; chiede soltanto libertà per coloro che dissentono nelle cose secondarie, che era il suo proprio caso. Londra non chiede più nulla al magistrato né gli attribuisce nulla: tace. E il testo americano del 1788 trasformerà quel silenzio in dottrina: il magistrato non deve dare la preferenza ad alcuna denominazione. Dalla tolleranza dei fratelli si passò al silenzio, e dal silenzio alla neutralità.
A favore di Savoia e di Londra bisogna dire che scrivevano dall'altra parte della spada: erano loro i dissidenti che il magistrato perseguitava, e lo sarebbe stato ancora di più dopo il 1660. Questo spiega il cambiamento; non decide se l'Assemblea, che citava Isaia 49:23 e 2 Cronache 19:8-11, leggesse bene la Scrittura.