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I battisti inglesi e gli anabattisti

I battisti inglesi e gli anabattisti

I battisti inglesi e gli anabattisti | Savoia e Londra a confronto con Westminster - Standards di Westminster

Il nome. «Anabattista» significa «ribattezzatore». Nel XVI secolo furono chiamati così coloro che, in Svizzera, in Germania e nei Paesi Bassi, respingevano il battesimo dei bambini e battezzavano di nuovo coloro che lo avevano ricevuto. Il nome rimase legato per sempre a ciò che accadde a Münster nel 1534 e nel 1535, e ad altre dottrine di quei gruppi: che il cristiano non può essere magistrato, né giurare, né impugnare la spada, e in alcuni casi che i beni devono essere comuni. La Confessione di Westminster li ha davanti in parecchi capitoli, benché non li nomini: quando afferma che è lecito al cristiano accettare l'ufficio di magistrato e muovere guerra, che il giuramento lecito è parte del culto, che la comunione dei santi non toglie a nessuno la proprietà dei suoi beni e che i figli dei credenti devono essere battezzati.

La negazione. I battisti inglesi respinsero sempre quel nome. Nell'ottobre del 1644, mentre l'Assemblea di Westminster deliberava a poca distanza, sette chiese di Londra pubblicarono la loro prima confessione di fede, e nel titolo stesso si presentano come chiese «comunemente, benché ingiustamente, chiamate anabattiste». Lo scopo era quello: mostrare che erano ortodossi e riformati, e che non avevano nulla a che vedere con Münster.

L'accusa. I loro contemporanei non credettero loro, e tra essi vi erano uomini dell'Assemblea stessa. Daniel Featley, che ne era stato membro, pubblicò contro i battisti un libro il cui titolo si può tradurre «I tuffatori, tuffati». Robert Baillie, uno dei commissari scozzesi, ne scrisse un altro con la tesi nel titolo: «L'anabattismo, vera fonte dell'indipendentismo, del brownismo, dell'antinomismo e del familismo».

L'origine. Gli storici distinguono oggi due cose che allora si mescolavano.
Le chiese battiste inglesi non discendono da quelle anabattiste del continente. Nascono dal separatismo inglese: da puritani che, convinti che la Chiesa d'Inghilterra non potesse essere riformata, ne uscirono per formare congregazioni proprie, e che più tardi conclusero che nemmeno il suo battesimo era valido. Questa è l'opinione più diffusa, e la meglio fondata.
Ma l'influenza anabattista è reale, ed è documentata nei due rami. Il primo, quello dei battisti generali, di dottrina arminiana, nasce ad Amsterdam nel 1609, tra separatisti inglesi esiliati. Il loro pastore, John Smyth, battezzò se stesso e battezzò poi gli altri; convinto in seguito che ciò non fosse stato valido, chiese di unirsi ai mennoniti, e parte del suo gruppo finì tra loro. Coloro che non vollero, con Thomas Helwys, tornarono in Inghilterra nel 1612.
Il secondo, quello dei battisti particolari, di dottrina calvinista, che è quello che redasse la Confessione di Londra, esce da una chiesa indipendente di Londra nel decennio del 1630. Verso il 1641, alcuni dei suoi membri giunsero alla conclusione che il battesimo dovesse essere per immersione, e poiché nessuno in Inghilterra lo praticava così, inviarono uno di loro, Richard Blunt, che conosceva l'olandese, a Rhynsburg, in Olanda, a trattare con una comunità imparentata con i mennoniti che battezzava in quel modo. Al suo ritorno, Blunt battezzò un altro, e i due insieme, gli altri.

Ciò che dicono i testi. Il confronto delle confessioni permette di precisare in che cosa i battisti si allontanano dagli anabattisti e in che cosa coincidono con loro.
Si allontanano in tutto ciò che rese odioso quel nome, e la Confessione di Londra lo confessa con le parole di Westminster. Mantiene che Dio ha ordinato i magistrati, che il cristiano può esserlo e che può muovere guerra in occasioni giuste. Mantiene che il giuramento lecito è parte del culto religioso e che deve essere prestato quando lo impone un'autorità legittima. E fa qualcosa di ancora più significativo: Savoia aveva soppresso il paragrafo di Westminster che dice che la comunione dei santi non toglie né viola «il diritto o il possesso che ciascuno ha sui propri beni e proprietà», e Londra, che in quasi tutto segue Savoia, va a cercare quella clausola in Westminster e la ripristina. I congregazionalisti non ne avevano bisogno; i battisti, sì.
Coincidono, invece, in ciò che definisce l'anabattismo: che non si devono battezzare i bambini, che chi fu battezzato da bambino deve battezzarsi nel professare la fede, e che la chiesa visibile si compone soltanto di coloro che professano. In questo la Confessione di Londra non si limita ad allontanarsi da Westminster: dice il contrario.

Che cosa mostra. Che i battisti inglesi respinsero il nome, ma conservarono la cosa. Non nacquero dagli anabattisti, e avevano ragione nel negarlo; non erano quelli di Münster, e avevano ragione nel protestare. Ma giunsero, per la loro propria via e con l'aiuto di quelli, alla dottrina del battesimo e della chiesa che aveva dato nome all'anabattismo, e la confessarono nel 1677 dentro un testo che in tutto il resto è quello di Westminster. Perciò i teologi dell'Assemblea non sbagliavano del tutto nel chiamarli così, né essi nel respingerlo: gli uni guardavano al battesimo, e gli altri a Münster.
La differenza rispetto agli anabattisti del continente è, con tutto ciò, molto maggiore della somiglianza. Un battista della Confessione di Londra confessa il decreto di Dio, la giustificazione per la sola fede, la perseveranza dei santi e la legge morale come regola di vita, con le stesse parole di un presbiteriano. In quasi tutti i suoi capitoli è un figlio di Westminster. Cessa di esserlo in due punti; ma quei due sono la chiesa e il battesimo.

Fonti. Per l'origine dei battisti inglesi e il viaggio di Richard Blunt, il cosiddetto manoscritto di Kiffin, così come lo riassumono gli storici battisti; per la confessione del 1644 e le opere di Featley e di Baillie, i loro stessi titoli.